giovedì 25 novembre 2010

Quale cultura

La cultura è un patrimonio intellettuale e materiale costituito dai seguenti fattori:
a. Valori, norme, definizioni, linguaggi, simboli, modelli di comportamento, tecniche mentali e corporee con funzioni cognitive, affettive, valutative, espressive, regolative, manipolative.
b. Oggettivazioni, supporti, veicoli materiali o corporei degli stessi.
c. Mezzi materiali per la produzione e riproduzione sociale dell’uomo. L’uomo come prodotto sviluppatosi attraverso il lavoro e l’interazione sociale, trasmesso ed ereditato per la maggior parte dalle generazioni passate e da altre società. Il patrimonio culturale è prodotto solo da una piccola parte dalle generazioni viventi.

Questo tipo di concetto della cultura rappresenta un livello di interdipendenza tra la realtà sociale e la personalità dei soggetti.
Ci sono state fin dall’antichità numerosi definizioni della cultura a dimostrazione dell’importanza che viene data al concetto di cultura.
In molte definizioni possiamo identificare dimensioni che rendono per certi versi simili la stessa definizione, per altri del tutto diversi.

E’ opportuno tracciare le coordinate dello spazio concettuale all’interno del quale si situano le definizioni della cultura. Ogni coordinata corrisponde ad una dimensione di tale spazio, una variabile con due poli opposti e numerose modalità intermedie.

Dimensione: Oggettiva/Soggettiva
Concezioni della cultura più vicino alla soggettività:
- La cultura è prevalentemente una proprietà interiore dell’individuo. E’ qualcosa che caratterizza la sua personalità.
- La cultura è un senso di crescita dell’uomo. E’ l’acquisizione e lo sviluppo graduale di facoltà più elevate tramite l’educazione, la filosofia, le arti.

Questi tipi di concezioni della cultura li troviamo tra gli antichi greci, i romani, gli scrittori italiani del rinascimento.

Concezioni più moderne della cultura:
- La dimensione soggettiva perde la connotazione progressivo - valutativa; la cultura e la personalità sono due aspetti del medesimo processo.

Concezioni dove la modalità soggettiva della cultura è in contrapposizione a quella oggettiva:
Diversità della cultura soggettiva
Per W. Sombart la modalità soggettiva è costituita dalla cultura personale, cioè dalla utilizzazione e rielaborazione di prodotti della cultura oggettiva la cui durata supera la vita dell’individuo. Questo tipo di concezione della cultura come modalità soggettiva dell’individuo è congruente con definizioni della cultura come prodotto collettivo che si manifesta in artefatti, istituzioni, preesistenza, esteriorità, autonomia e costrizione della cultura sul soggetto individuale.

Concezioni "oggettive" della cultura:
- Pensiero tedesco: Hegel, Marx, Spranger e Freyer.
- Etnologia tedesca: Klemn, Wundt, Thurnwald.
- Antropologia inglese: Tylor
- Socio-etnologia francese: Durkheim

Un asse di interpretazione del concetto di cultura possiamo individuarlo tra l’aspetto EVOLUTIVO e quello CICLICO dei fenomeni culturali. Un altro asse invece è quello tra concezioni della cultura che accentuano le componenti PROGRESSIVE della cultura e quello che le negano attraverso l’EQUIVALENZA QUALITATIVA fra tutte le culture.
Sono numerose anche le definizioni della cultura che accolgono l’equazione “EVOLUZIONE = PROGRESSO” della seconda metà dell’Ottocento.

Progressiva ma non evolutiva
A. Comte ritiene inarrestabile e irreversibile il cammino dell’umanità dallo stadio inferiore della Cultura Teologica a quello intermedio della Cultura Metafisica, per giungere allo stadio superiore della Cultura Positiva e Scientifica.

Evolutiva ma non propriamente progressiva
H. Spencer analizza in dettaglio i fenomeni di DIFFERENZIAZIONE strutturale e funzionale delle ISTITUZIONI quali organi del CORPO SOCIALE.

Cauto accento evolutivo
Nessuna cultura, sia che appartenga ad una società “complessa” che “primitiva”, può essere considerata come uno stadio più avanzato di progresso rispetto a qualsiasi altra. E’ il rigetto dell’idea di CIVILTA’. E’ la reazione alle concezioni evoluzionistiche che ponevano le Culture Occidentali all’apice di una scala dove le Culture indigene dell’Asia o dell’Oceania o dell’Americhe erano al gradino più basso.

Cultura come gruppi di elementi
Concezioni che individuano nella Cultura solamente un gruppo ristretto di CONFIGURAZIONI o TIPI dei suoi principali elementi: il COSTUME, la FILOSOFIA, l’ETICA, l’ARTE, la RELIGIONE, il DIRITTO, etc. Questi elementi in determinate epoche si affermano e poi scompaiono, in altre epoche si ripresentano in un’alternanza infinita anche senza una costanza di contenuti.
Gli esponenti della concezione CICLICA della Cultura sono Giambattista Vico a cavallo tra il Seicento e il Settecento ed alcuni moderni tra cui troviamo P. A. Sorokin che individua tre sole forme che tutti i sitemi culturali possono assumere in una perenne fluttuanza improntati su principi ontologici: SENSISTA, IDEALISTICO, IDEAZIONALE. Sorokin sostiene l’ORGANICITA’ o TOTALITA’ ORGANICA della cultura: ogni sistema culturale ascende verso una forma di integrazione fra tutte le componenti; raggiunge per un breve periodo un’armonia interna; poi il sistema decade verso uno stato di disintegrazione e di “morte”.

La constatazione che l’elaborazione artistica, religiosa, letteraria, rituale ha pari dignità in tutte le società ed è impossibile definirne una gerarchia, cosa invece possibile per l’elaborazione scientifica, tecnica e organizzativa, ha condotto a dividere in due classi i prodotti del lavoro e dell’interazione umana.
In una prima classe abbiamo quelli che non poniamo ordinabili in una scala di qualità e progresso e che si manifestano in una determinata società dopo un certo periodo o in altre società nello stesso momento. A questi prodotti dovrebbe essere dato il termine di CULTURA.
Nella seconda classe vi sono invece prodotti che possono essere ordinati in una scala e tali appaiono in tutte le società. A questi prodotti dovrebbe essere dato il termine di CIVILTA’.
Seguendo questa distinzione tra Cultura e Civiltà’ possiamo dire che la CULTURA è CICLICA e tutte le culture si equivalgono qualitativamente e che sia Cultura in generale che le Culture singole non sono statiche ma fluttuanti, cioè sempre in movimento. In questa concezione della Cultura si eliminano innanzitutto la scienza e tutto quello che non è ciclico; quindi la scienza e tutto quello che non è ciclico non appartenendo al campo della cultura rientrano nel campo della civiltà. Questo ultimo tipo di distinzione fu elaborato da Alfred Weber.
Secondo MalIver appartengono alla sfera della CIVILTA’ tutti gli oggetti che hanno caratteristiche UTILITARIE, mentre appartengono alla sfera della CULTURA tutte quelle espressioni che rispondono a necessità interiori dell’uomo e non esteriori.

- Dalla storia della cultura si desume che la sua funzione sta nel designare e specificare un piano della realtà sociale che per quanto sia strettamente intrecciato con il sistema sociale e con i sistemi intrapsichici, appare comunque distinto da essi nella coscienza sociale per riuscire a compiere l’analisi scientifica. Tuttavia si incontrano definizioni che ampliano il concetto di cultura fino a comprendere i comportamenti istituzionali e le collettività con determinate culture. In tal modo la cultura diventa sinonimo di società. All’estremo opposto troviamo definizioni che fanno rientrare nella cultura soltanto prodotti puri dell’intelletto umano quali il linguaggio, la morale, la filosofia.

- Secondo Marx e Engels la distinzione tra il piano dei rapporti sociali o sistema sociale (struttura) e il piano dei prodotti dell’attività razionale, creativa, espressiva, valutativa, ludica degli uomini (sovrastruttura) è molto netto e il secondo piano è subordinato al primo. Per Marx il prodotto dell’uomo è divenuto da lui indipendente e gli si contrappone nella formazione economico – sociale capitalista come forza ostile anche se è in costante trasformazione e rielaborazione. La conseguenza di questo ragionamento comporta che la sfera della cultura comprende i modi di produzione e le formazioni economiche – sociali.

La cultura oltre ad essere il patrimonio intellettuale e materiale dell’umanità è anche:
a. Il prodotto storico in una data società determinatosi attraverso sviluppi interni e aggregazioni tramite processi di importazione culturale e di acculturazione.
b. Ogni cultura è formata da molti elementi ideologici e materiali che anche quando sono tra di loro integrati sono di origine eterogenea in quanto provengono da altre società e culture remote nel tempo e nello spazio.
c. Il volume totale della cultura che una generazione o un individuo ha a disposizione è enormemente superiore a quello prodotto da essa. Il contributo di ciascuna generazione contribuisce a far crescere il volume totale della cultura: più lentamente nelle arti, più velocemente nella scienza.
d. Tutti gli elementi immateriali della Cultura (valori, simboli, norme, linguaggi) sono appresi dall’uomo sulla base della struttura biologica e fisiologica.
e. Ogni essere umano fin dalla nascita può apprendere la maggior parte degli elementi di tutte le culture; con il passar del tempo la possibilità di apprendimento si riduce drasticamente; l’individuo può apprendere solo una minima parte della cultura filosofica, religiosa o letteraria accumulata dal passato.

Se si accoglie la distinzione tra Cultura Materiale e Cultura Immateriale è solo il SIGNIFICATO attribuito ad un oggetto che fa di esso un elemento della Cultura e non l’oggetto. Questo tipo di concezione della cultura va incrociata con la dimensione SOSTITUTIVITA’/NON SOSTITUTIVITA’. In questo caso la scienza e la tecnologia sono SOSTITUTIVI come lo sono i mezzi di produzione, di trasporto, di comunicazione; sono NON SOSTITUTIVI, invece, la maggior parte delle lingue, delle espressioni artistiche, dei sistemi religiosi e filosofici. In questo modo possiamo distinguere la cultura in quattro classi:
- Cultura materiale/sostitutiva
- Cultura materiale/non sostitutiva
- Cultura non materiale/sostitutiva
- Cultura non materiale/non sostitutiva

Le prime classificazioni della cultura materiale nel corso dell’Ottocento rispondevano ad esigenze museografiche e tutt’ora si riflettono nei manuali di antropologia sociale e culturale anglosassone. Mentre la cultura non materiale ha trovato una trasmissione precostituita nella tradizionale ripartizione delle discipline umanistiche:
• letteratura e arte
• diritto e filosofia
• scienze e religione

Dal punto di vista dell’azione sociale ogni classificazione di elementi culturali non deve prescindere dalla funzione che essi hanno nel soddisfare bisogni umani sia primari che emergenti:
o I bisogni cognitivi sono la necessità di stabilire identità e differenze tra segni; sono soddisfatti da definizioni culturali di vero o falso, da sistemi logici, da tecniche di indagine intellettuale ed empiriche.
o Il bisogno di dare una valenza affettiva positiva o negativa a qualsiasi oggetto.
o La regolazione dei rapporti interpersonali e intercollettivi richiede norme relazionali e regolative.
o L’espressione di stati d’animo per non risultare disgregante deve essere filtrata da appositi codici.
o La manipolazione di materiali, oggetti e segni richiede TECNICHE appropriate.

Questi elementi della cultura sono ordinati in una gerarchia dove sopra i modelli di comportamento ci sono le norme relazionali e regolative e sopra a queste ci sono i VALORI. Si può parlare di integrazione degli elementi della cultura quando i loro significati, la loro logica, i loro modelli e le pratiche che propongono sono tra di loro coerenti. Ma si può anche parlare di integrazione della cultura e comportamento se c’è coerenza tra ciò che la cultura prescrive e il comportamento dei soggetti. La completa integrazione tra culture, comportamento e motivazione è detta ISTITUZIONALIZZAZIONE.
Ogni DEVIANZA dalle norme di comportamento, di azione e di pensiero che la cultura prescrive è oggetto di controllo sociale.

Si definisce SUBCULTURA la cultura specifica di un gruppo, una classe, una professione, un segmento della società.

La cultura IMPLICITA è la cultura appresa durante la socializzazione primaria senza intenzione consapevole (ad es. l’apprendimento della lingua natia). La cultura ESPLICITA è quella cultura che si apprende in modo deliberato (ad es. l’apprendimento delle lingue straniere).

Possiamo riconoscere alcuni filoni in relazione alle interpretazioni relative alle origini, all’evoluzione, e al mutamento della cultura o a parti di essa.
I. Un primo filone porta la dinamica della cultura ad una tendenza evolutiva naturale. L’agente primario di questo tipo di evoluzione culturale è la TECNICA o la TECNOLOGIA, i requisiti dell’organizzazione sociale e i fattori ideali. Questo filone si è sviluppato nell’illuminismo e nelle teorie del progresso dell’Ottocento.
II. Una variante dell’evoluzionismo culturale è l’indirizzo CULTOROLOGICO che porta all’estremo l’autonomia della cultura. In questo caso gli elementi della cultura sono determinati solo da altri elementi culturali e non possono essere spiegati con fenomeni della sfera psicologica e sociale.
III. In opposizione all’evoluzionismo culturale troviamo un filone storicistico per il quale ogni elemento della cultura rappresenta un fenomeno contingente e irripetibile, prodotto da contatti con altre culture. Si definisce ACCULTURAZIONE e il suo maggior rappresentante è stato Franz Boas.
IV. Per gli autori con orientamenti al materialismo storico, la cultura è l’espressione della coscienza sociale dei fondamentali rapporti sociali determinati dall’epoca storica, dai rapporti di produzione, dalle tensioni, dalle contraddizioni e dall’agire delle classi sociali e quindi dalle loro relative situazioni di privilegio o di sfruttamento.
V. Gli autori che si orientano all’interpretazione ciclica della cultura, la dinamica culturale risponde a una instabilità intrinseca in tutti i sistemi e superstizioni culturali che li spinge a passare ad un determinato stato a un altro in una fluttuazione senza fine.
VI. Un altro filone detto FUNZIONALISMO riporta la cultura materiale e non materiale alla necessità di soddisfare socialmente i bisogni biologici e fisiologici in presenza di un determinato ambiente fisico e umano.
VII. Un altro filone detto PSICOLOGISTICO sostiene che le definizioni cognitive, affettive, espressive, i modelli di comportamento, le idee artistiche, religiose e scientifiche sono risposte sempre più complesse allo sviluppo delle relazioni sociali, al funzionamento della personalità e al controllo dell’angoscia.

La cultura dà significato, orientamento, contenuto, efficacia alla quasi totalità delle azioni umane, ma è anche il maggior fattore di regolazione e di controllo di ogni tipo di comportamento.
Grazie all’apporto della PSICOANALISI che ha posto come la cultura abbia per presupposto la mancata soddisfazione, la repressione di potenti pulsioni della personalità dell’individuo. La cultura, secondo questa interpretazione è necessariamente un fattore di repressione che nella società contemporanea è stata aggiunta una quantità elevatissima di REPRESSIONE ADDIZIONALE imposta dai poteri costituiti per difendere i propri interessi. Questa repressione addizionale è così diversa e incalcolabile nei vari settori della società che è quasi impossibile a combattersi.

domenica 4 luglio 2010

La prima guerra "mondiale" africana

INTRODUZIONE
Questo saggio tratta l’argomento del rapporto tra giovani e guerra nella provincia del Nord-Kivu nel Congo e di come la marginalità e l’alienazione dei giovani siano le cause principali delle guerre africane.
Il saggio fa riferimento al libro “Generazione kalashniko” scritto dal dott. Luca Jourdan che ha condotto una ricerca antropologica proprio nel Nord-Kivu che è una delle undici province della Repubblica Democratica del Congo e confina con l’Uganda e il Ruanda. Il Nord-Kivu prende il nome dal lago Kivu.
Dal 1996 la Repubblica Democratica del Congo è sprofondata in una guerra atroce e di difficile soluzione i cui esiti sono ancora incerti. I morti in questa guerra supererebbero i cinque milioni.
Attraverso un approccio storico-antropologico il dott. Luca Jourdan si interroga sulle radici e sulle molteplici dimensioni del conflitto, focalizzando l’attenzione sulla sua estrema complessità.
La predazione e il traffico delle risorse naturali come l’oro, il colton, utilizzato nei Personal Computer portatili e nei telefoni cellulari, i diamanti e il legname alimentano un’economia di guerra con ramificazioni in tutto il mondo. A questo va sommato il collasso dello Stato insieme ad una profonda crisi economica e sociale che colpisce in particolare le nuove generazioni, sempre più depauperate e sempre più marginalizzate. Quindi una della ragioni di questa guerra è proprio la crisi giovanile.
L’autore del saggio si concentra in particolare sui “bambini soldato” e sui giovani combattenti che hanno militato nei numerosi eserciti e gruppi armati del Congo. Infatti il saggio fa riferimento al rapporto con un giovane militare, un ventiquattrenne di nome Eric.
Nel contesto del Congo, dove la scuola rappresenta un costo eccessivo per le famiglie e le opportunità di lavoro sono limitate, l’arruolamento dei giovani rappresenta una possibilità, forse l’unica, di mobilità sociale e un’alternativa ad una condizione di povertà e di marginalità.
La violenza diffusa in Congo non regola soltanto la sfera politica ed economica, ma si insinua nei rapporti sociali più intimi, al punto che i bambini trovano più protettive le milizie armate che le proprie famiglie.
Diventare soldati significa anche poter accedere alla modernità nei suoi aspetti materiali e simbolici, allo scopo di sottrarsi ad una condizione di esclusione e passività.
Robert Kaplan nel suo libro “The coming anarchy” sostiene che le guerre del post-guerra fredda non saranno più di ordine ideologico, ma saranno guerre culturali e storiche. Le nuove tensioni, come l’aumento della popolazione, l’urbanizzazione esasperata e l’esaurimento delle risorse stanno minando alla radice i fragili governi di tutto il mondo.
Il mondo, secondo Kaplan, sarà diviso lungo linee socioeconomiche. Le nazioni industrializzate, ricche e in salute, costituiranno un blocco. Le nazioni povere in via di sviluppo ne costituiranno un altro. La principale linea di divisione cadrà tra queste due. Che lo vogliano o meno, le agiate nazioni del Nord non riusciranno ad estraniarsi dai problemi del Sud.
Profughi, disastri ambientali, il contagio di epidemie, la criminalità e la corruzione, lo sfaldamento degli Stati porranno minacce anche alle nazioni più avanzate del mondo.

CONSIDERAZIONI GENERALI
Va tenuto presente che con il termine Congo si fa riferimento alla Repubblica Democratica del Congo, l’ex colonia belga che il maresciallo Mobuto aveva ribattezzato Zaire, nome in uso sino alla fine della dittatura nel 1997. Mentre con Congo-Brazzaville si intende la Repubblica del Congo, ex-colonia francese.
Ci sono importanti ragioni per includere la dimensione storica nella breve analisi che sto compiendo. La prima è quella della scarsa attenzione dei mass-media a questa guerra, definita la “Prima guerra mondiale africana”. La seconda ragione è la tendenza della stampa internazionale e quindi dell’opinione pubblica, ad interpretare le guerre africane con stereotipi come quelli delle “guerre tribali” o “guerre primitive”.
Quindi ancora una volta prevale nella stampa internazionale quello che viene definito l’etnocentrismo, cioè leggere le pratiche degli altri partendo esclusivamente dal nostro schema concettuale che abbiamo degli altri.
In questo caso, nel mondo occidentale ci sono state le “guerre mondiali”, in Africa ci sono solo guerre tribali. Ovviamente questo approccio è sbagliato perché parte dal nostro etnocentrismo e non invece come dovrebbe, dal relativismo concettuale che non prevede giudizi etici.
Ma anche la categoria della “guerra primitiva” mi fa venire in mente che ancora una volta prevale lo schema dell’evoluzionismo dove noi “moderni” facciamo “guerre moderne” con livelli di tecnologia molto elevati e gli africani, cioè gli “altri” fanno “guerre primitive” combattute al massimo con i kalashnikov o macete.
I conflitti africani sono stati considerati, in modo errato, come un processo di riprimitivizzazione della società, senza tenere presente la complessità che sta dietro questi conflitti.
Una complessità che intreccia la dimensione locale del conflitto con dinamiche più ampie a livello sia regionale che internazionale.
Questo ci permetterebbe di comprendere i forti interessi economici che stanno dietro sia ai leaders locali che alle multinazionali che finanziano i gruppi militari.
Ma ancora una volta, si presenta lo schema evoluzionista dove “noi” siamo “complessi” e “loro” sono “semplici”.

BREVE STORIA DEL CONFLITTO CONGOLESE
Il conflitto in Congo ha visto ben otto Stati africani coinvolti e intervenuti militarmente: Ruanda, Uganda, Burundi, Angola, Zimbabwe, Chad, Etiopa ed Eritre. Solo tra il 1998 e il 2002, nelle sole regioni del Nord-Kivu e del Sud-Kivu sono morte circa 3.300.000 persone. Sono stime che potrebbero essere approssimate, ma anche se volessimo considerarle eccessive e quindi dimezzarle otterremmo comunque una cifra di 1.650.000 morti. Uno dei conflitti mondiali degli ultimi decenni più mortiferi e catastrofici degli ultimi decenni dalla guerra in Vietnam.
Il conflitto in Congo va contestualizzato storicamente:
 1994 – Genocidio ruandese, da qui parte la crisi congolese.
 Inizio anni ’90 – Il RPF – Rwandam Patriotic Front, movimento armato costituito da profughi tutsi in Uganda, attacca dal Nord il Ruanda il cui presidente è Habyarimana sostenuto militarmente dalla Francia.
 Aprile 1994 l’aereo presidenziale ruandese viene abbattuto: Habyarimana morì nell’attentato.
 Questo fatto segnò l’inizio del genocidio in Ruanda.
 Il giorno dopo l’attentato le milizie filo hutu iniziarono a sterminare la popolazione tutsi e gli hutu moderati. In meno di quattro mesi furono trucidati a colpi di macete ottocentomila persone.
 In quei mesi l’RPF sfondò a Nord del Ruanda raggiungendo la capitale Kigli. 1.500.000 hutu abbandonarono il Ruanda e si diressero nel Congo per paura di subire ritorsioni dai guerriglieri tutsi. Centinaia di migliaia di profughi hutu tra cui le milizie responsabili del genocidio, passarono la frontiera, destabilizzando definitivamente il Congo.
 I profughi vennero accolti nei campi allestiti per loro nei dintorni di Goma e Bukavu, capoluoghi rispettivamente del Nord-Kivu e del Sud-Kivu.
 In quei campi le milizie responsabili dei genocidi commessi, le Interahamwe, si riorganizzarono assumendo il controllo degli aiuti umanitari.
 L’esercito congolese sotto la guida del dittatore Mobutu diede il suo appoggio alle milizie ruandesi rifornendole di armi.
 Le Interahamwe iniziarono ad attaccare nuovamente il Ruanda facendo delle incursioni dai campi profughi all’interno del paese. Inoltre iniziarono perseguitare la popolazione tutsi che da tempo si era insediata nelle regioni orietali del Congo.
 Paul Kayame, comandante dell’RPF, divenuto primo ministro del Ruanda fece richiesta alle Nazioni Unite di chiudere i campi profughi del kivu dal quale partivano gli attacchi verso il suo paese.
 Agosto 1996, di fronte al temporeggiamento dell’ONU, l’esercito nazionale ruandese formato essenzialmente da ex-guerriglieri dell’RPF, attaccò il campo profughi di Muyunga nei pressi di Goma. Circa 600.000 profughi furono obbligati a rientrare nel Ruanda, altri fuggirono verso Kisangani in direzione della foresta al centro del Congo.
 Paul Kagame in accordo con il Presidente ugandese Yoweri Museveni diede vita ad un movimento ribelle congolese l’Alliance des Forces Dèmocratiques pour la Libèration du Congo/Zaire (AFDL) con l’obiettivo di porre fine al governo dittatoriale di Mobutu. Il comando del movimento fu affidato, con il sostegno del Ruanda e dell’Uganda, a Laurent – Dèsirè Kabila, un vecchio guerrigliero che aveva combattuto al fianco di Che Guevara.
 L’esercito Mobutu non fu in grado di reagire e nel giro di un anno le truppe di Kabila giunsero nella capitale.
 Durante l’avanzata delle truppe AFDL furono trucidate migliaia di profughi hutu.
 Maggio 1997 Mobutu abbandona la capitale e si rifugia in Marocco. Poco dopo morì.
 Le truppe dell’AFDL occuparono la capitale sfilando tra la gente esultante alla vista dei “bambini soldato”, i Kadogo.
 17 Maggio 1997, Kabila con un discorso alla radio, si autoproclama presidente della Repubblica Democratica del Congo. Il sodalizio tra Kabila e i governi ruandese e ugandese ebbe vita breve.
 28 luglio 1998 Kabile espulse tutti i ruandesi presenti sul territorio congolese.
 Quattro giorni dopo scoppiò una ribellione nell’Est del Congo: un movimento armato emergeva, il Rassemblement Congolois puor la Démocratie (RCD) emergeva sulla scena politico-militare congolese, nuovamente sostenuto dal Ruanda e dall’Uganda, che erano stati alleati prima di Kabila.
 Novembre 1998 ancora un movimento ribelle: Mouvement de Libération du Congo prese piede sostenuto dall’esercito ugandese.
 L’RCD subì continue divisioni interne portando alla creazione di numerosi movimenti ribelli armati in lotta tra di loro.
 Nelle regioni rurali del Kivu prese piede la ribellione dei Mayi-Mayi fondamentalmente anti-ruandese, in particolare anti-tutsi.
 Aprile 2003 sotto l’egida ONU nasce un governo di transizione: presidenza a Kabila e quattro vicepresidenze affidate rispettivamente ai rappresentanti dei due movimenti ribelli principali, un esponente della società civile ed una ad un membro del governo Kinshasa.
 Nonostante l’accordo gli scontri tra le diverse fazioni in lotta non sono cessate.
 L’elezioni che si dovevano tenere nel 2005 sono state rinviate.
 Il conflitto sembra di aver perso di intensità e il Congo sembra avviarsi ad una riappacificazione.

RELAZIONI ANTROPOLOGICHE
Vorrei qui sottolineare alcuni aspetti che mi hanno particolarmente colpito da un punto di vista antropologico.
Prendiamo in esame i guerriglieri Maya-Maya che significa Acqua-acqua, praticano un rituale che consiste nel cospargere i combattenti con acqua speciale, preparata secondo procedure segrete, allo scopo di renderle immuni dai proiettili dei nemici.
Il rito come tutti i riti crea coesione, così come il rito dell’immersione nell’acqua di Lourdes nella religione cristiana-cattolica. Anche in questo caso, dopo la pratica della benedizione e quindi del successivo bagno in acqua, si ha una forte coesione tra i fedeli.
Tutti e due i rituali sono dei dispositivi di potere che vengono soggettivati nell’individuo. Più la finzione è forte più il legame tra i partecipanti al rito è profondo.
Ma il rito dei Mayi-mayi può essere interpretato anche come un rito di passaggio da una condizione di “civile” ad una di “combattente” invincibile.
Anche altri riti di passaggio che vengono praticati in Africa come quello della circoncisione si passa da una condizione di “bambino” ad una condizione di “adulto”. Ad esempio quello del noutu dove i partecipanti che sono circoncisi vivono una trasformazione del loro corpo. Il noutu è un rito di passaggio contenente la circoncisione che trasporta il ragazzo da uno status ad un altro, ma soprattutto lo trasforma.
La trasformazione dopo il rito riguarda soprattutto l’ambiente sociale circostante, come se il taglio oltre al prepuzio del pene avviene sull’ambiente sociale.
Si incide sul corpo del bambino per modellare l’ambiente sociale circostante e l’effetto è la trasformazione dei bambini stessi in quanto, così come sosteneva Suzette Heald nel 1982 osservando il rituale di iniziazione dei Gisu in Uganda, “l’uomo si “fa”, si costruisce nel momento in cui rimodella i propri ambienti”.

martedì 8 giugno 2010

"IL CONFLITTO NEGATO" libro scritto da Luciano Vacca



Prefazione di Jimi Dini - Presentazione di Morpheus - Premessa - 1. La Costituzione un pezzo di carta - 2. Discorso di Bob Kennedy sullo sviluppo economico del 1968 - 3. Lo sviluppo: un mito del mondo occidentale - 4. La scuola a casa: è obbligatoria l’istruzione non la scuola - 5. Libertà, potere e società - 6. L’iceberg del conflitto - 7. L’epoca della diffidenza - 8. Il supermercato della democrazia televisiva - 9. Le pretese democratiche: l’”altro” è inumano - 10. La società devitalizzata - 11. La qualità che conta: non avere nessuna qualità - 12. L’umano è fragilità - 13. La felicità nell’epoca del modernismo - 14. Siamo tutti agenti segreti - 15. Il modernismo educatore dell’anima divisa - 16. Le leggi contro natura delle megalopoli urbane - 17. La pratica del contropotere - 18. Sarà pace per sempre? - 19. Il dominio si fonda sull’eliminazione del conflitto - 20. Il biopotere dell’impero post-moderno - 21. Il terrorismo: solo uno spauracchio - 22. Trasparenza securitaria - 23. Politica come religione - 24. E’ la repressione che trasforma il conflitto in scontro - 25. Grandi o piccoli cambiamenti? - 26. In ogni situazione c’è conflitto - 27. L’essenza del conflitto - 28. Formattazione del conflitto - 29. Differenza tra scontro e conflitto - 30. La crisi è l’occasione per riprendersi la vita - 31. L’identità personale si fonda sul conflitto - 32. La crisi è nel negare il conflitto - 33. Il corpo come macchina - 34. Livelli di conoscenza - 35. Cambiamenti in corso - 36. Inutili speranze - 37. Avvenire o divenire - 38. La formazione che non serve - 39. Libertà e responsabilità - 40. Il controllo del non agito - 41. Dallo stato dei diritti allo stato dei privilegi - 42. Soluzione finale - 43. Puttane ed intellettuali - 44. Scusate … siamo razzisti - 45. Potere imperiale - 45.a. La produzione della vita - 45.b. Società e comunicazione - Conclusioni - Bibliografia - Note

per chi volesse acquistarlo inviare mail a lucianovacca@hotmail.com e specificare se in formato cartaceo o elettronico oppure telefonando al numero 3292145943

mercoledì 2 giugno 2010

Festa della Repubblica: tramonto o riscatto della Democrazia.

Così come sta accadendo per i festeggiamenti del centocinquantesimo anniversario della nascita dell’Unità d’Italia, così come per i valori fondanti su cui poggia la nostra società quali quelli della Resistenza, la lotta dell’antifascismo, la Costituzione, così è accaduto per la festa della Repubblica: da una parte parate militari ufficiali lontane che si perdono nell’astrazione a cui partecipano solo i vip della politica e dall’altra un popolo a cui si fa di tutto per sciogliere qualsiasi legame alla sua storia dedicandolo esclusivamente ad un consumismo sfrenato e volgare.
Provate ad andare in Francia durante la festa che ricorda la presa della Bastiglia e vi accorgerete della differenza di come quel popolo vive la propria storia e come quell’episodio lontano nel tempo datato il 14 luglio del 1789 quando durante la rivoluzione francese a Parigi fu catturata la prigione- fortezza della Bastiglia, oggi è ancora una icona dei francesi con un enorme significato simbolico e mobilitante.
Oppure se volete essere più trasgressivi e fare un viaggetto più lontano, provate ad essere negli Stati Uniti d’America il 4 Luglio e come quella data viene festeggiata da tutti gli americani perché rappresenta la firma della Dichiarazione d’Indipendenza. Per gli americani non è un semplice giorno di festa, non si tratta di “un giorno in più di vacanza” come accade da noi. E’ un giorno che ogni americano è orgoglioso di celebrare. Infatti si dice “celebrare” e non “festeggiare” il 4 luglio, in quanto il verbo “celebrare” porta con se tutta una serie di significati profondi come quello della sacralità.
In Italia, invece, c’è una classe dirigente e non solo quella nazionale ma quella diffusa su tutta la penisola in modo capillare, rappresentata dai cosiddetti notabili locali che in gran parte esercitano professioni intellettuali che hanno fatto di tutto per far dimenticare, per far perdere la memoria storica con un unico obiettivo: quello di perpetuare all’infinito il proprio potere e posizione sociale che in sintesi significa “cambiare tutto per non cambiare nulla, così tutto rimane come prima” creando attraverso lo show, lo spettacolo che si ripete quotidianamente dallo star system dove gli spettatori non diventano mai protagonisti, ma rimangono passivi ad osservare lo svolgimento di una vita non reale.
Ma i nodi della storia vengono sempre al pettine e quindi è bene ricordare cosa è avvenuto il 2 giugno del 1946. Il 2 e 3 giugno del 1946 si tenne il referendum istituzionale indetto a suffragio universale con il quale gli italiani venivano chiamati alle urne per esprimersi su quale forma di governo, monarchia o repubblica, dare al Paese, in seguito alla caduta del fascismo. Ebbene sì, dopo ottantacinque anni il popolo italiano decise che il Regno d’Italia diventava una Repubblica e i monarchi di casa Savoia veniva esiliati.
Il 2 giugno è una festa della nazione italiana. Sì nazione, proprio così “nazione”! Si fa tanto parlare sull’identità nazionale del popolo italiano e poi nelle scuole la storia dal ‘900 in poi diventa un qualcosa di nebuloso, di poco chiaro. Mentre studiando proprio la storia contemporanea si chiariscono bene le responsabilità di chi portò alla disfatta militare e morale dell’Italia di allora e le cause del decadimento di oggi.
Quale altra celebrazione potrebbe rappresentare meglio l’identità nazionale del popolo italiano? E’ proprio da celebrazioni come questa e dalle riflessioni che ne traiamo potremo avviare un riscatto morale del nostro Paese.
O facciamo questa riflessione oppure il rischio, in parte già in atto, sarà quello della degenerazione di staterelli regionali e infeudatati da questo o quel politico di turno e non più lo stato nazionale unitario.
Potremo chiamarci probabilmente popolo italico ma certamente non più nazione italiana!

mercoledì 19 maggio 2010

CONCERTO ROCK A QUINTO ROMANO



CONCERTO ROCK A QUINTO ROMANO
SABATO 22 MAGGIO PRESSO LA CORTE DI PIAZZA MADONNA DELLA PROVVIDENZA, N° 1 DALLE ORE 16,
ORGANIZZATO DAL CENTRO SERVIZI IMMATERIALI - PROGETTO CRISTALLO DELLA COOPERATIVA EDIFICATRICE FERRUCCIO DEGRADI E DAL MOVIMENTO CRISTIANI LAVORATORI

domenica 16 maggio 2010

Corruttore e corrotto, abbraccio mortale

Si è creato un groviglio tra corrotti e corruttori dal quali gli italiani difficilmente ne usciranno.
Se continuiamo ad utilizzare la categoria della corruzione non riusciamo a comprendere fino in fondo quello che è accaduto in questi ultimi venti, trenta anni in tutti i settori della società. Per comprendere e forse per iniziare ad individuare della soluzioni bisogna utilizzare categorie di interpretazione quali quella della manipolazione.
Quando parliamo di corruzione l’associamo a quella del reato commesso. Un reato commesso contravvenendo a divieti di legge. La corruzione non viene letta come un reato contro la società, ma come qualcosa commesso superando i limiti consentiti dalla legge.
Ma se la corruzione la leggiamo come manipolazione la cosa assume maggiore complessità e drammaticità.
Il corruttore è un manipolatore. Anzi il manipolatore è sempre un corruttore, perché appunto corrompere gli altri ai suoi fini che non dichiara; i suoi fini vengono tenuti nascosti. E i suoi fini, quelli del manipolatore, sono anche molto semplici: ad esempio quello della sopravvivenza quotidiana.
Quindi si è creata una situazione perversa dove il manipolato è a sua volta manipolatore di altri manipolati. Una catena senza interruzione dove tutti sono dentro ad una orgia perversa di legami dove il manipolatore e il manipolato si tengono insieme senza mai dichiararsi. La domanda che dobbiamo porci è perché stanno insieme, qual' è il loro “scambio”?
L’umanità ha sempre praticato il gioco della manipolazione, esso era ed è dentro il sistema di potere. Ma mai come nella società industriale ha avuto una tale diffusione. Prima dell’industrializzazione la manipolazione era riservata ai cortigiani con delle estensioni alle corporazioni di mestiere.
Solo con l’industrializzazione abbiamo avuto questo fenomeno che si è diffuso in modo ancora più subdolo ed è diventato di massa con il consumismo. Poiché per consumare bisogna tenere il consumatore in un perenne stato di insoddisfazione del desiderio, la manipolazione è costante e diffusa ovunque. Il popolo italiano è uno dei popoli che consuma di più prodotti effimeri, superflui e al quale il sistema gli deve creare una grande illusione; sembra sempre che debba accadere qualcosa che non accade mai. Tutto viene rimandato ad una soluzione finale che mai verrà, ma comunque intanto da una parte crea l’illusione e dall’altro l’astrazione dalla realtà.
Una realtà invece, che molto semplicemente e duramente ha un solo meccanismo imperante: produrre, consumare e crepare!
Questo imperativo è alimentato e doppato dalla corruzione e la manipolazione serve a non interrompere il meccanismo. Mai.

domenica 2 maggio 2010

Primo maggio una festa religiosa

Nel corso della storia il primo maggio ha avuto significati diversi, ma quello che lo ha lungamente contraddistinto era la festa del mondo del lavoro che per un giorno, solo per un giorno, si liberava dalla costrizione del lavoro.
I regimi comunisti hanno reso il primo maggio una festa liturgica dove sfilavano inquadrati i lavoratori sotto gli sguardi attenti dei loro capi politici che li salutavano da lontano sopra i palchi.
In questi regimi, gli uomini e le donne, erano costretti a lavorare: nelle costituzioni socialiste più che il diritto al lavoro c’era l’obbligo del lavoro presentato con una buona dose di retorica ideologica e il primo maggio bisognava anche dimostrare che si era contenti di lavorare. Questa solo in apparenza, perché poi si è scoperto quanto bassi erano i livelli produttivi, dopo il boom dell’industria pesante e il fallimento completo di quei sistemi economici che non erano assolutamente mai passati a forme di proprietà collettiva anzi la nomenclatura al potere teneva saldamente nelle proprie mani, con la gestione dello Stato, i mezzi di produzione.
Oggi, in Italia, il primo maggio festeggiamo un lavoro che c’è sempre di meno e che ne vorremo di più, oppure ne festeggiamo ancora il senso originario: liberarsi almeno per un giorno dalle catene di chi ci obbliga a lavorare?
Anche la ritualità ha trasformato il significato del primo maggio. Non la ritualità in sé, ma il fatto che da manifestazione di piazza si è passati al mega-concerto musicale organizzato dai sindacati ne ha trasformato il significato: è un giorno di festa dei lavoratori, di chi il lavoro non c’è l’ha e vuole lavorare oppure è una festa di liberazione dal lavoro? Non si capisce più. Certo la musica è un grande e potente veicolo di comunicazione, ma qual è il messaggio che veicola? E qui la risposta, come prima, è un buio totale oppure ognuno dà la propria risposta.
Ma anche il metodo trasmette significato. Tenere mega-concerti distanzia ancora di più chi è sul palco da chi è sotto il palco. Per non parlare poi di quando salgono sul palco tre attempati signori che del lavoro che fanno quelli che stanno sotto il palco lo avranno letto su qualche libro, la distanza e il senso di estraneità aumenta ancora di più.
Ed aumenta ancora di più questo senso di estraneità il giorno dopo l’evento. Il giorno dopo ci si sente soli e impotenti più di prima.
Ma come è possibile pensare che incontrarsi in migliaia e migliaia di sconosciuti si possano stabilire relazioni significative da determinare un cambiamento? Ma infatti gli organizzatori di questi eventi non lo pensano, quello a cui sono interessati è di veicolare un messaggio che diventa sempre più astratto perdendosi in una sorta di religiosità come la fede in una divinità superiore. Così come facevano i capi dei regimi comunisti: distanza tra chi del lavoro ne parla e chi il lavoro lo fa per davvero.
La differenza con gli anni ’50 sta nel fatto che sempre maggiore è la consapevolezza che il lavoro per alcuni è possibile sceglierlo e determinarlo e non importa che sia flessibile o geograficamente lontano, mentre per molti altri diventa un obbligo, una costrizione. Per alcuni non si tratta di lavoro ma di mestiere ( il lavoro è industriale, il mestiere è artigianale) che attraverso il quale si realizzano e affermano a se stessi e agli altri che esistono, che hanno qualcosa da “dare” al mondo, per molti altri invece il lavoro rappresenta la totale spersonalizzazione di se stessi e serve solo per pagare le bollette, l’affitto, le cambiali, gli alimenti ai figli, ma ne farebbero volentieri a meno.
Cresce anche la coscienza che esiste un blocco sociale e di potere che fa quadrato intorno all’idea che il lavoro “manca”, che si debbano fare solo alcuni lavori, perché altri sono riservati ai gruppi di “comando” e ai loro figli o parenti. E’ di questo che dobbiamo discutere in Italia, ed è su questo che dobbiamo aprire per davvero il conflitto: tra chi tiene ristretto il campo del lavoro “bello” per se e chi invece è costretto a fare qualsiasi lavoro pur di mantenersi.

lunedì 26 aprile 2010

Il risorto Risorgimento Italiano

Nell’articolo di Monica Raucci su “Il Fatto Quotidiano” di Venerdì 23 aprile 2010 ho scoperto con mio grande rammarico che Carlo Azeglio Ciampi si è dimesso da Presidente del Comitato dei Garanti per le celebrazioni del 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia. Dopo le dimissioni di Ciampi sono seguite quelle di Dacia Maraini, Ugo Gregoretti e altri.
Proprio in questi mesi in preparazione di un esame universitario sto studiando il Risorgimento e mai come in questo momento della mia vita ho approfondito così quella fase storica e non possono non fare delle riflessioni sulla politica attuale.
Il nostro governo non solo sbaglia perché non finanzia il programma delle iniziative in ricordo del Risorgimento, ma il problema è di riportare temi che allora come oggi sono ancora aperto sul terreno politico.
Quindi non solo i riti celebrativi, che hanno sicuramente un grande peso nell’immaginario collettivo di un popolo, ma è necessario riaprire il discorso sull’Unità d’Italia e sulle ragioni per cui il nostro popolo mai da allora si è diviso, nemmeno quando alla fine della Seconda Guerra Mondiale nell’Italia del nord c’era la Repubblica di Salò da una parte e dall’altra i gruppi partigiani e nell’Italia del sud c’era il governo Badoglio con gli alleati americani. Nessuno si sognò di tenere l’Italia divisa, anzi costituirono immediatamente dopo il Comitato di Liberazione Nazionale presenti tutti i partiti che uscivano dalla clandestinità con autorità di governo su tutto il territorio nazionale.
Alcuni studiosi sostengono che il Risorgimento nel nostro paese non sia ancora concluso in quanto ci sono temi come l’unità politica ed istituzionale dell’Italia che sono tuttora aperti e messi in discussione da organizzazioni politiche come la Lega che sostiene tesi separazioniste ed antiunitarie.
Ma non possiamo neanche banalmente sostenere come fanno alcuni che il Risorgimento sia stato la semplice estensione da parte del Piemonte e del Regno Sabaudo degli altri territori che erano sotto il dominio di altri Sati come quello del Papa o dei Borboni. Non fu così.
Non fu così, nè per Camillo Benso Cavour che rappresentava l’ala moderata liberale, nè per Giuseppe Mazzini o Giuseppe Garibaldi che rappresentavano l’ala insurrezionalista.
Sia gli uni che gli altri erano fermamente convinti nell’Unità dell’Italia al di là delle diverse posizioni politiche.
Ma allora come oggi, sono rimaste aperte questioni che riguardano l’intera nazione come la questione meridionale e di come si è determinata e trasformata la proprietà privata in quest’area del Paese, affrontata negli anni passati con spessore culturale ma oggi sottaciuta e strumentalizzata dai partiti politici.
Allora come oggi è aperta la questione di come si è affermata alla guida dell’Italia la classe dirigente. Infatti, se confrontiamo i dati sulle professioni emergenti del 1860/61 in poi, risultano ancora importanti professioni come l’avvocato, il magistrato, il notaio, il giornalista, il medico, le quali continuano ad essere ben rappresentate dal sistema politico. Mentre la piccola e media imprenditoria come altre professioni intellettuali sono per lo più inesistenti e ininfluenti sulla scena politica nazionale.
Quindi credo che se vogliamo ripensare alla storia d’Italia, alle lezioni morali che il Risorgimento affidò ai posteri non possiamo non ripensare a come la borghesia italiana si è affermata nel nostro paese e alle differenze con altri paesi come la Francia e la Germania.
La nostra borghesia non è mai stata né intraprendente né imprenditrice di se stessa, ma è stata in gran parte, salvo qualche rara eccezione, parassitaria o al massimo assistita con uno scarso senso della responsabilità sociale e sviluppando anche nelle classi popolari uno scarso senso dello Stato.

venerdì 19 febbraio 2010

Lettera delle maestre ai bimbi rom

Mi ha particolarmente colpito questa lettera tratta da "Il fatto quotidiano" di venerdì 19 febbraio 2010

Ciao Marius, ciao Cristina, Ana, ciao a voi tutti bambini del campo di Segrate.
Voi non leggerete il nostro saluto sul giornale, perchè i vostri genitori non sanno leggere e il giornale non lo comperano. E' proprio per questo che vi hanno iscritti a scuola e che hanno continuato a mandarvi nonostante la loro vita sia difficilissima, perchè sognano un futuro in cui voi siate rispettati e possiate veder riconosciute le vostre capacità e la vostra dignità.

Vi fanno studiare perchè sognano che almeno voi possiate avere un lavoro, una casa e la fiducia degli altri. Sappiamo quanto siano stati difficili per voi questi mesi: il freddo, tantissimo, gli sgomberi continui che vi hanno costretti ogni volta a perdere tutto e a dormire all'aperto in attesa che i vostri papà ricostruissero una baracchina, sapendo che le ruspe di lì a poco l'avrebbero di nuovo distrutta insieme a tutto ciò che avete. Le vostre cartelle le abbiamo volute tenere a scuola perchè sappiate che vi aspettiamo sempre, e anche perchè non volevamo che le ruspe che tra pochi giorni raderanno al suolo le vostre casette facessero scempio del vostro lavoro, pieno di entusiasmo e di fatica. Saremo a scuola ad aspettarvi, verremo a prendervi se non potrete venire, non vi lasceremo soli, nè voi nè i vostri genitori che abbiamo imparato a stimare e ad apprezzare.

Grazie per essere nostri scolari, per averci insegnato quanta tenacia possa esserci nel voler studiare, grazie ai vostri genitori che vi hanno sempre messi al primo posto e che si sono fidati di noi. I vostri compagni ci chiederanno di voi, molti sapranno già perchè ad accompagnarvi non sarà stata la vostra mamma ma la maestra. Che spiegazione potremo dare a loro? E quali potremo dare a voi, che condividete con le vostre classi le regole, l'affetto, la giustizia, la solidarietà: come spiegheremo gli sgomberi? Non sappiamo cosa vi spiegheremo, ma di sicuro continueremo ad insegnarvi tante, tante cose, più cose che possiamo, perchè domani voi siate in grado di difendervi dall'ingiustizia, perchè i vostri figli siano trattati come bambini, non come bambimi rom, colpevoli prima ancora di essere nati. Vi insegneremo mille parole, centomila parole perchè nessuno possa più cercare di annientare chi come voi non ha voce.

Ora la vostra voce siamo noi, insieme ai tantissimi altri maestri, professori, genitori dei vostri compagni, insieme ai volontari che sono con voi da anni e a tanti amici e abitanti della nostra zona.


Le vostre maestre

Irene Gasparini, Flaviana Robbiati, Stefania Faggi, Ornella Salina

venerdì 7 agosto 2009

Cosa resta dell'uomo nel mondo globalizzato - Conferenza















Cosa resta dell'uomo nel mondo globalizzato - Conferenza di Luciano Vacca e Matteo Malanca nell'ambito del Cineforum "L'umanoide il prossimo futuro" organizzato dal Centro Servizi Immateriali Coop Ferruccio Degradi e Biblioteca "Quinto che legge"

Per chi volesse avere le dispense della conferenza può chiederle inviando una mail al seguente indirizzo lucianovacca@hotmail.com o telefonando al cell. 3292145943







giovedì 6 agosto 2009

APERT@MENTE di Anna Bonalumi e Luciano Vacca


APERT@MENTE di Anna Bonalumi e Luciano Vacca
Dialoghi in rete senza risposte tra un'insegnante e un formatorePosted by Picasa

lunedì 22 giugno 2009

Politica come religione

Storicamente la via maestra della risoluzione dei conflitti è stata quella politica. Lo è ancora oggi, anche se, in cerca di soluzioni ci rivolgiamo ormai senza troppa convinzione a uomini politici ridotti nella maggioranza dei casi alla caricatura di se stessi, personaggi a cui domandiamo risposte che, lo sappiamo benissimo, da tempo non posseggono più. Nonostante tutto perdura la fede nell’esistenza di una via maestra politica attraverso cui i conflitti dovrebbero essere assunti e risolti: via della politica che finisce per essere una sorta di imbuto delle contraddizioni, che vengono immancabilmente incanalate nella sola dimensione della rappresentazione. L’ipotesi che prevale quando si affronta una contraddizione è che tutto sia politico e quindi vi è una immediata riduzione e spostamento altrove del conflitto e gli attori del conflitto in essere si sentono “salvi” e non impegnati dal compiere delle azioni consequenziali. Il risultato di questa ipotesi è che tutto ciò che riguarda la vita della società e delle persone è pensato, affrontato, risolto nel e attraverso il campo del politico.
Non parlo del politico nel senso della polis, ma delle dimensioni circoscritte e regolamentate della politica rappresentativa, della politica dei partiti e dei gruppi di pressione. L’insieme dei conflitti e dei processi che fanno la vita di una società viene così mascherato dal monopolio di cui gode il regime della rappresentazione, secondo un processo di politicizzazione del conflitto che comporta il sistematico sradicamento degli uomini dalle loro vite concrete. Quindi mai nessuno si sente davvero coinvolto in un conflitto, dove si può vincere o perdere! Tutto questo non impedisce naturalmente lo sviluppo di ogni genere di attività e mestieri più o meno rispettosi della legge, legati alle varie dimensioni della nostra esistenza.
Tuttavia, di fronte a problemi che nascono all’interno di ciascuna di quelle dimensioni, si arriva immancabilmente alla conclusione che i limiti, le paralisi, la matrice stessa di quei problemi appartengono all’ambito politico. Ad esempio osserviamo quanto accade nella scuola italiana : si lavora per 8 forse 9 mesi all’anno, il personale guadagna per 13 in molti casi 14 mensilità e questa situazione determina il fatto che il 97/98% delle entrate scolastiche viene speso solo per il personale e nulla per gli apprendimenti degli allievi. Invece di affrontare immediatamente queste contraddizioni esse vengono immediatamente spostate sul piano politico- partitico e la conseguenza è che rimangono irrisolte, perché gli attori in campo si sottraggono dal conflitto, beneficiando dei più alti privilegi di ogni altro lavoratore.
Gli uomini e le donne contemporanei non saranno più in attesa di un mondo ideale, ma la sfera del politico conserva ancora, almeno nella forma degradata da un appiattimento della vita sulla dimensione dell’economico, una posizione centrale che ne fa il destinatario automatico dei nostri auspici, delle nostre lamentele, delle nostre rivolte, dei nostri desideri. Ovviamente lo scambio che effettua l’oligarchia politica con questo apparato burocratico amministrativo, che in Italia conta diversi milioni di persone, è quello di costituirsi in una casta con privilegi altrettanto superiori.
Vi è, in questo, il miraggio di una nuova trascendenza del politico, che ha preso il posto delle antiche forme di trascendenza religiose. Il politico ha oggi i suoi chierici e i suoi credenti, le sue chiese e i suoi riti, i suoi eretici e i suoi santi. Investendolo di un compito messianico, noi non ci attendiamo più soltanto una buona gestione degli affari pubblici, che per altro non avviene se non per gli “affari” di alcuni gruppi, ma l’indicazione del cammino che deve condurci verso il mondo della “promessa”. Come se la formattazione che esso realizza dei nostri conflitti non gli consentisse soltanto di “trattarli”, ma anche di farci partecipare all’avvento di una società “del sole dell’avvenire”. Ogni pietra incontrata sul cammino, ogni problema in cui ci imbattiamo diventa così un segnavia per la “terra promessa”.
Altro che fine delle ideologie: siamo di fronte all’elevazione dell’ideologia alla sacralità della religione!

domenica 14 giugno 2009

Trasparenza securitaria

Le nostre società hanno fatto ingresso, credo in modo definitivo, nell’epoca della negazione dell’alterità e del conflitto. Nessuno dei problemi in cui siamo soliti imbatterci, sia a livello collettivo che a livello personale, viene più riconosciuto come conflitto. Fatto salvi i casi di conflitto “autorizzato”, previa formattazione, preferiamo procedere alla loro rimozione, nella convinzione che ogni opacità debba essere sradicata, che ogni forma di alterità nasconda un potenziale nemico.
La trasparenza e il consenso sono gli ideali per cui tendiamo a credere che le intenzioni delle nostre azioni ci siano chiare e note a noi e agli altri. Pensiamo che ogni attività umana rinvii ad una intenzione ed uno scopo umanamente comprensibile. Che nulla venga intrapreso se non in vista di un certo utile. Ed infine che quella trasparenza che noi dobbiamo a noi stessi e agli altri, che gli altri devono a noi e al potere, sia un’esigenza legittima e priva di ombre e di doppi fondi.
Certo può accadere che i cittadini in una nazione non siano tutti d’accordo con una tale riforma o legge promossa dal governo in carica, ma si è soliti spiegare questa circostanza col fatto che essi “non hanno compreso la ragione” del provvedimento. Nei gruppi, infatti, appare spesso che le opinioni possono divergere tra di loro, ma solo perché non ci si è “spiegati bene” o a sufficienza. Le ragioni altrui che divergono dalle nostre sono sempre considerate anormali, transitorie, dunque modificabili. Non pensiamo mai che l’altro abbia ragioni diverse e immodificabili da noi!
Da qui nascono i problemi di un’assenza di leadership reale, la quale nasce e si determina su un conflitto di posizioni e sull’affermazione di una visione del mondo. Tuttavia, se manca il conflitto dove può avvenire la determinazione della leadership se non in una dimensione filtrata e mediata al ribasso, dove nessuno si assume le responsabilità, né i gregari di un gruppo né tanto meno il finto leader che manifesterà le sue funzioni sempre più in modo repressivo?
Nel rapporto con noi stessi, nella vita politica e sociale del nostro paese soffriamo spesso di tali deficit e una determinata formazione, che secondo me è solo indottrinamento, ha ricondotto questo ad un problema di “comprensione” o di “comunicazione” che impediscono la trasparenza totale, l’intesa universale, l’accordo sempre e a tutti i costi. Non è in nessun modo ammessa, invece, la possibilità che ci siano azioni ed idee non analizzabili in termini di utilità e quindi non comprensibili con determinati schemi di interpretazione e non riconducibili a problemi di tipo comunicativo. Ed è qui uno dei confini psicologici sradicati dall’attuale tendenza soft e subdola alla rimozione del conflitto che tanti in-formatori “mielosi” diffondono in giro.
Personalmente ritengo che ci sia la necessità di accettare il conflitto in modo permanente e che questo implichi il riconoscimento di una molteplicità di punti di vista la cui difformità non può essere liquidata come un semplice “difetto” presente in quelli che “non capiscono”, vuoi per carenza di “informazioni”, vuoi per insufficienza nella “comunicazione”. Penso, invece, che ci siano ancora uomini e donne non ancora “senza qualità”, non ancora impregnati dalla ideologia della neutralità e dell’indifferenza, non ancora formattati definitivamente nei desideri e nella loro libido, che semplicemente si ribellano alle norme sociali perché hanno altri punti vista del mondo e della realtà
Abbiamo, inoltre, una versione “hard”della rimozione del conflitto che implica molto semplicemente lo sradicamento dell’alterità: una società della trasparenza radicale non conosce antagonisti, ma soltanto “terroristi” e “devianti” da annientare. In questo modo si disconosce l’esistenza stessa dei conflitti, perché riconoscerli significherebbe accettare che esiste qualcosa che si oppone alla trasparenza e soprattutto alla “sicurezza” delle popolazioni. L’accettazione del conflitto implica che altri possano opporsi a un certo ordine sociale senza costituire questo come un’anomalia da eliminare.
Le società contemporanee, lungi dall’essere diventate società pacificate, proprio perché negano e rimuovono il conflitto sono attraversate da un’immensa carica di violenza alla quale si reagisce con politiche securitarie che aumentano i sistemi di sorveglianza e di punizione.
Insomma una specie di cane che si morde da solo la coda in un vortice sempre maggiore di follia!

domenica 7 giugno 2009

Terrorismo: solo uno spauracchio

Se oggi il terrorismo è funzionale alla legittimazione di una serie di provvedimenti liberticidi da parte degli stati, è giocoforza constatare che anche i gruppi e gli attentati terroristici hanno subito profonde trasformazioni. Se pensiamo, ad esempio, alla resistenza nei diversi paesi europei durante la Seconda guerra mondiale, è indubbio riconoscere che questa non ha mai utilizzato metodi terroristici, non ha mai colpito alla cieca la popolazione per esercitare una pressione sul nemico.
Pertanto quando osserviamo uno dei tanti conflitti armati tuttora in atto, dobbiamo distinguere tra la resistenza armata che si indirizza a un bersaglio avversario anch’esso armato e l’impiego contemporaneo della violenza su bersagli civili, il cui scopo è appunto quello di far pressioni sul nemico, mietendo vittime in modo del tutto indiscriminato.
Questo tipo di strategia assume la popolazione come pura massa anonima, come oggetto assolutamente passivo. Analogamente il biopotere offre una protezione “anonima” alla popolazione minacciata, chiedendole di “lasciar fare” alle alte sfere in nome del suo bene, vedasi la vicenda della base americana di Guantanamo, nella quale vengono ingabbiati i prigionieri della guerra dell’Afganistan in condizioni disumane e dove a nessuno organismo internazionale è permesso di mettere piede.
La novità del terrorismo moderno è quella di essere profondamente reazionario. Al di là del frasario con cui rivendica i propri atti, il terrorismo pensa dal punto di vista del potere. Chi programma gli attentati terroristici assume la popolazione civile come semplice moneta di scambio, utilizzando la vita delle persone come argomento a proprio favore. Il terrorismo è un’arma reazionaria pensata e impiegata dall’alto di una torre d’avorio: chi la occupa non esita a massacrare migliaia di persone sullo scacchiere del potere internazionale.
Ma l’utilizzo degli attentati terroristici, come arma o come giustificazione di una forma di disciplina sociale, è diventato uno degli strumenti principali di annullamento del conflitto ed è proprio in questo che risiede tutto il progetto reazionario e liberticida. La popolazione occidentale, che ormai è considerata un corpo da sorvegliare, da controllare e da punire, si trova a scegliere da una posizione di passività assoluta quale delle due barbarie in campi sia la meno peggio. C’è sempre un’urgenza che giustifica il controllo disciplinare della popolazione: il corpo sociale è in pericolo, è necessario agire immediatamente e la conseguente azione consiste nella discriminazione, nel disciplinamento, nell’eliminazione dei “devianti” e dei “nemici”. Ma anche se ci poniamo dall’altra parte della barricata la “causa” ha sempre i tratti dell’urgenza: non c’è mai il tempo per organizzare un vero movimento di massa di resistenza, non c’è mai il modo di sviluppare nuove possibilità di conflitto sociale che producano lotta, non si può che adottare la sola via ancora percorribile, quella del terrore della popolazione. Questo tipo di logica, anche se in forma più soft, è stata assunta come meccanismo di lotta politica tra partiti in uno schieramento bipolare che semplifica ed elimina tutte le diversità e le sue possibili rappresentanze politiche e sociali.
In questo orizzonte, in cui il conflitto si è ridotto a scontro frontale, il razzismo diventa la struttura stessa dell’azione: l’altro è sempre un soggetto “non-umano” che va eliminato con ogni mezzo, meritevole di subire la violenza più barbarica in quanto nemico dell’umanità. Tuttavia, quando si inizia a credere che esiste una barbarie buona e una cattiva, quest’ultima ha già vinto la partita. Si abbandona il conflitto per far ingresso in una forma di vita organizzata in funzione dello scontro permanente, in una dimensione di polarizzazione estrema. Ogni pensiero della complessità diventa sospetto, ogni persona le cui reazioni non si riducano a riflessi condizionati, ad automatismi che decidono a priori chi è il buono e chi il cattivo, apparirà incline alla connivenza con il nemico. Quanti si sforzano di pensare in termini più complessi risulteranno pericolosi agli occhi dell’uno come dell’altro versante.
Oltre che degli atti terroristici veri e propri, l’epoca del terrorismo è caratterizzata dalla paura e dall’incertezza da cui ciascuno di noi si scopre in ogni istante assillato. Per questo è particolarmente concreto il pericolo che sia il terrorismo a vincere in ultima analisi la partita. Paradossalmente, la risorsa decisiva per uscire da questa situazione di terrore è quella di rintrodurre il concetto del conflitto nella sua molteplicità e quindi accettare che la guerra e le lotte armate di resistenza ne siano uno dei tanti risvolti.

sabato 30 maggio 2009

Il biopotere dell'impero post-moderno

L’irrompere del “pericoloso terrorista” nella nostra realtà (mi ricordo dopo l’11 Settembre, le esercitazioni che si facevano per prepararsi ad eventuali attacchi terroristi), e ancor più nelle rappresentazioni dei mass media, ha fatto diventare l’idea della guerra non più come uno scontro, ma è diventata uno strumento al servizio del potere, che può giovarsene nella gestione dei problemi di politica interna tanto più facilmente in quanto gode dell’autorità e del consenso che si ricompatta nel momento della minaccia. Il modo più facile per rinsaldare l’unità di un paese è infatti quello di individuare un nemico esterno. Infatti in Italia ogni qual volta un nostro militare delle cosiddette missioni di pace all’estero viene preso di mira da qualche gruppo avversario, non esistono più divisioni: destra e sinistra blaterano la stessa litania. Dopo la caduta del “muro di Berlino”, le classi dirigenti dei paesi hanno dovuto costruire un nuovo nemico. Serviva qualcosa su cui fare leva, così che il gioco delle contrapposizioni potesse continuare a evocare da una parte l’Occidente e dall’altro l’Oriente. Ed ecco la soluzione: il terrorismo globale. Prima gli Stati Uniti, ma non solo loro, hanno formato e armato questi gruppi, che si sono poi rivelati adatti a suggerire l’immagine di unità “arabo-musulmana” che fronteggerebbe il mondo occidentale. Nella realtà sono quasi inesistenti queste unità e difficilmente si potrebbero affermare nel mondo musulmano, ma sono utilissime a giustificare l’escalation del controllo sociale generalizzato.
L’utilizzo della minaccia terrorista (reale o immaginaria) da parte del potere porta allo scoperto il fenomeno emergente del biopotere, forma avanzata del potere disciplinare nella sua strategia di gestione delle popolazioni. Secondo M. Foucault la violenza estrema delle guerre deregolamentate del XX secolo nasce dal fatto che esse sono state condotte come delle guerre razziali, infatti nel loro contesto il nemico non viene più percepito come un avversario politico, ma come un pericolo che dall’esterno o dall’interno minaccia la vita della popolazione. Vedasi la vicenda degli sbarchi di clandestini sulle nostre coste, ai quali in modo indiscriminato viene ignorato il diritto d’asilo e che vengono rimpatriati in massa in paesi nei quali non vengono tenuti in alcuna considerazione i diritti umani.
Le nostre società sono in effetti società della normalizzazione. In esse il potere si presenta anzitutto come biopotere: potere cioè di condannare a morte chi si suppone rappresenti un pericolo per la società. A tal proposito basta ricordare che in alcuni passaggi del Trattato di Lisbona vi è la reintroduzione della pena di morte per insurrezione contro i governi. Insomma la funzione omicida dello stato stesso non può essere assicurata che dal razzismo. La guerra trova la propria giustificazione in un potere di tipo normativo, che assume appunto la forma della classificazione di un gruppo umano determinato in senso biologico (da qui la nozione di “razza”) e additato come minaccia per la popolazione stessa. Si sono svolte in questo modo le guerre coloniali e gli stermini di innumerevoli minoranze annientate durante il Novecento, ma non vi è alcun dubbio che è all’interno di questa linea che dobbiamo situare il fenomeno del terrorismo, incarnazione contemporanea della guerra razzista propria delle società incentrate sul biopotere e sul sempre più serrato controllo che esse esercitano sulla popolazione in nome della difesa della salute dei corpi standardizzati e formattati dai modelli di riferimento dominanti.
Il biopotere produce infatti, guerre presentate come operazioni di sicurezza, che tendono ad assumere i connotati di un intervento di tipo sanitario. Il linguaggio medico domina il discorso del biopotere. Si parla di “precisione chirurgica” degli attacchi, di “danni collaterali” delle operazioni portate a termine, della denuncia negli ospedali dei clandestini e della schedatura a scuola dei loro figli per evitare il diffondersi di malattie infettive tra la popolazione…La società, il cosiddetto “mondo civilizzato”, sarebbe minacciato da agenti “patogeni” che si tratta di “sradicare” e i metodi necessari alla difesa godono di una giustificazione aprioristica: esiste un’unica popolazione e gli “altri” sono inumani! Questo nuovo genere di guerra prevale sulle altre. Il pericolo che ci minaccia viene presentato come permanente, diffuso, totale. La sorveglianza e il conseguente intervento devono quindi a loro volta essere permanenti, diffusi, totali. Devono investire la vita umana a ogni livello e in ogni dimensione. Si chiede a tutti e in tutti i luoghi di essere poliziotti di se stessi. Insomma il motto è: dalla culla alla tomba ti sorveglio e ti punisco, anzi ti sorvegli e ti punisci da solo!

domenica 24 maggio 2009

Il dominio si fonda sull'eliminazione del conflitto

Se provate a chiedere a un gruppo di persone come affrontare il conflitto, la risposta è che l’unico modo possibile è la guerra. La guerra serve a porre fine a qualsiasi conflitto: ma un simile pensiero della “tabula rasa” dimentica la complessità del conflitto a vantaggio del momento dell’eliminazione dell’avversario. La violenza delle nostre società sarebbe confinata nei periodi di guerra e l’unico spazio in cui può esplodere la tensione accumulata e che struttura i rapporti sociali di ogni giorno è quella della “guerra totale”.
La guerra totale è soprattutto una guerra senza regole: le battaglie e gli scontri, che in genere hanno precisi meccanismi di regolazione interna, si disfano di quei vincoli per lasciar posto a conflitti armati senza limite, il cui obiettivo è l’eliminazione della popolazione nemica nel suo insieme, anziché soltanto del suo esercito. La guerra totale comporta quindi l’esplicita volontà di riduzione del conflitto al solo conflitto armato: essa non è solo una guerra più barbara di altre, ma è una guerra che mira alla riduzione del conflitto ad una unica dimensione, appunto quella della scontro.
Le origini del fenomeno si ritrovano già in tempo di pace. La guerra totale nasce da società incapaci di pensare il conflitto nelle sue diverse dimensioni, da società che pensano di dover affrontare il conflitto mirando all’annientamento di tutto ciò che è “altro”. Infatti credo, che questo tipo di tendenza sia iniziata dagli eserciti rivoluzionari nella Francia del 1789 destinata a diffondersi in modo caratteristico nel XX secolo.
L’esordio del novecento è stato il genocidio degli armeni e da quel momento la storia contemporanea è passata da una “soluzione finale” a un’altra senza interruzioni. A Guernica si tennero le prove generali della Seconda guerra mondiale. Poi venne l’annientamento di massa degli ebrei d’Europa, nonché degli zingari e degli altri “devianti”, gli omosessuali, i malati psichici. Tutto questo segnò un taglio netto rispetto a ogni forma tradizionale di conflitto. Nei campi di sterminio, insieme a sei milioni di ebrei, morì il progetto dell’Illuminismo, morì la sua fiducia in un progresso illimitato, che avrebbe dovuto condurre l’umanità a realizzare il paradiso in terra. Le scienze, la filosofia, il movimento operaio avevano fatto della Germania una promessa per il futuro, e l’eco di tutto questo era ancora ben percepibile negli anni in cui si affacciò sulla scena il nazismo. Eppure la promessa partorì il mostro, e il mostro della guerra totale e della “soluzione finale” proseguì il suo cammino dalla Cambogia al Ruanda, teatro di altrettanti conflitti deregolamentati che culminarono nel genocidio. E’ infatti caratteristico di simili massacri che essi costituiscano la continuazione della politica con altri mezzi. Non però di una politica qualsiasi. Ma di una politica di dominio, cioè di una politica fondata sull’annientamento del conflitto.
La guerra moderna è infatti indissociabile dalla distruzione della dimensione del conflitto, attraverso la sua riduzione a puro e semplice scontro. Di qui l’illusione, propria di ogni guerra tecnologica, di una totale padronanza della violenza e dei risultati a cui la violenza sembra portare. Illusione, tuttavia, che dà vita al suo opposto, alla guerra ingovernabile, alla guerra senza limiti. Nessuna delle guerre moderne è finita nei tempi e nei modi previsti. Il solo caso di una guerra che si sia svolta secondo i desideri dei generali è quello della guerra dei sei giorni nel 1967. Questa guerra fece precipitare Israele e l’insieme dei paesi arabi limitrofi in una situazione senza via d’uscita, e il trionfo che i militari avevano ottenuto sul campo mirando alla semplice vittoria di uno scontro non fece altro che consegnare Israele a una realtà subito rivelatasi ingestibile, quella dei territori occupati. Di fronte alla complessità del mondo arabo e quindi alla molteplicità delle sue contraddizioni (ci sono posizioni che vanno dal movimento palestinese rivoluzionario a posizioni dei capi di stato dei paesi arabi reazionari), di fronte alla problematicità di questo conflitto la guerra dei sei giorni era pensata come una guerra totale, la madre di tutte le guerre, destinata a semplificare una volta per tutte quella situazione ingovernabile. Ma proprio questa è la caratteristica tanto minacciosa quanto attuale della guerra come puro scontro.
L’idea è ormai entrata a far parte della vita quotidiana in tempo di pace. La violenza delle società disciplinari di questo inizio secolo plasma l’immagine dell’opposizione come minaccia che va eliminata.

lunedì 18 maggio 2009

Sarà pace per sempre?

Ogni qualvolta che pensiamo al conflitto ci viene subito in mente la guerra. La guerra è il fenomeno che ci può aiutare meglio a comprendere le barbarie che si nascondono dietro la rimozione dei conflitti della nostra società. Aver pensato di poter vivere costantemente in un mondo di pace, che era pace solo per una parte del mondo mentre per l’altra parte le condizioni di vita si brutalizzavano sempre di più, ha reso talmente banale il male che abbiamo finanche rimosso il senso di colpa e quindi la responsabilità di gestirlo.
Nel 1778 Kant nel suo “Progetto per la pace perpetua” affermava che il cammino verso la pace universale era possibile in quanto l’umanità era ormai in condizioni di governarsi razionalmente da sola. Insomma “i bambini erano diventati adulti”: li si poteva far uscire da soli senza che fossero massacrati in giro per il mondo. Oggi, a distanza di più due secoli chi oserebbe ancora parlare di pace continuativa o semplicemente di temporanei cessate il fuoco?
Forse dovremmo iniziare a prendere coscienza che la guerra non è una malattia infantile dell’umanità, ma ha una sua ragione di esistere. Non tutto quello che esiste nella vita degli uomini, possiamo dividerlo tra buono e cattivo, tra giusto e ingiusto. Esiste e basta! La guerra, insomma, è necessaria al sistema in cui viviamo, lo riequilibra, un enunciato difficile e doloroso ma molto vero! Ciò non toglie che ancora oggi la guerra sia pensata come un’anomalia a cui tentare di porre fine al più presto, una forma di conflitto che si tratta di eliminare alla radice. Solo la pace appare desiderabile, almeno da un punto di vista astratto e idealista.
Secondo l’ideologia dominante delle nostre società disciplinari, solo un folle, invece, può desiderare la guerra, infatti siamo pieni di servi che preferiscono aver salva la vita in cambio della rinuncia alla libertà. Il servo è colui che, anziché farsi carico della conflittualità, della guerra e della sua violenza, sceglie per una disciplinata sopravvivenza. Il guerriero invece è una figura antropologicamente decisiva in tutte le culture e le società umane, di cui è difficile valutare la portata in un’epoca ipocrita in cui l’industria degli armamenti prospera accanto ai discorsi sdolcinati fatti a favore della pace. Dobbiamo imparare a pensare nuovamente la guerra non come una pura e semplice interruzione della normalità, ma come un quadro di sviluppo complessivo in cui si inscrivono molteplici processi. Del resto come non notare che anche le ragioni dell’odierna contrapposizione tra Oriente e Occidente, in apparenza tanto legate a vicende contemporanee, ripetono di fatto uno scenario vecchio di almeno dieci secoli? E al ruolo di cerniera che l’Italia storicamente ha svolto tra queste due civiltà? E che cosa succederà se l’Italia viene meno a questo ruolo, come sembra che faccia, in relazione alla vicenda della non accoglienza e dell’intolleranza nei confronti dei disperati che provengono dai paesi poveri del mondo? Oppure siamo così sciocchi da pensare che questo non modificherà l’atteggiamento di quei popoli nei nostri confronti?
Quindi le domande da porsi sono: come possiamo pensare al mondo e alla vita, individuale e sociale, rinunciando alla promessa della pace perpetua? Come possiamo introdurre nelle nostre visioni del mondo, nei nostri modelli di riferimento per imparare nuovamente a pensare alla guerra come a un qualcosa che si ripresenta nella vita delle società?
Se non riusciremo a riappropriarci di questa dimensione, lungi dal chiudere definitivamente i conti con la realtà della guerra ci condanneremo a guerre sempre più barbare, perché combattute nel deserto dell’indiscusso e dell’impensato. Perché la guerra non sia guerra totale, è necessario tornare a includere nei nostri schemi di pensiero ciò che avevamo creduto di poterne escludere. Quindi bisogna criticare la guerra a partire da posizioni oggettive e non idealistiche, questo è quanto dobbiamo fare se vogliamo interpretarla come una delle forme molteplici e contraddittorie del conflitto, anziché come un puro e semplice fronteggiarsi di potenze ostili.

sabato 9 maggio 2009

Praticare il contropotere

Si fa un gran parlare di democrazia, ma in effetti non c’è nulla di meno democratico del periodo che stiamo vivendo e pertanto la parola democrazia è diventata una parola vuota di significato usata in tutte le salse per condire un sistema orripilante e repressivo. Ma andiamo con ordine.
Con l’emergere delle forme contemporanee di quella che chiamiamo democrazia, l’uomo “reale” non diventa ciò che sperava di diventare e cioè un individuo sovrano, un cittadino illuminato, un soggetto responsabile della propria vita, ma invece ha dovuto rimuovere la molteplicità che costituiva il tessuto sociale e dell’individuo che ne è una piega e un’espressione. Infatti le comunità che ho osservato, (utilizzo il termine comunità come eufemismo) i cittadini non hanno nessun legame sociale, nessuna relazione sociale significativa tra di loro. E’ stata del tutto eliminata questa dimensione umana, riducendo le comunità a dei territori fatti da abitazioni, strade e luoghi di produzione e di consumo.
Questo primo livello in apparenza sembra tranquillo, ma se lo osserviamo in profondità è il luogo caratterizzato da una perenne e forte conflittualità. Questo luogo non è affatto rappresentato politicamente, mentre la rappresentazione politica corrisponde ad un secondo livello quello della fabbricazione di un uomo astratto senza pulsioni, senza radici. La realtà degli interessi privati corrisponde infine a un terzo livello, quello della macroeconomia che si è sostituita ideologicamente ed oggettivamente al primo livello, quello appunto sopracitato del conflitto sotterraneo mai manifesto.
In questo modo, la ragione economica va ad occupare il posto della realtà complessa e contraddittoria delle nostre società. Ciò spiega il perché il secondo livello, quello politico, vada progressivamente riducendosi a una forma di gestione e di rappresentazione non del livello concreto della conflittualità diffusa e sotterranea, ma delle sfere economiche e dei suoi interessi. D'altronde non sono necessarie analisi politiche e teoriche per confermare questo, ma è sufficiente la percezione di ognuno di noi del divario tra la realtà quotidiana e la sfera politica.
Il trionfo di questo sistema è radicale, in quanto arriva a creare una percezione normalizzata delle cose, una percezione non più ideologica ma come la natura stessa del mondo, come l’essenza dell’uomo. Ovviamente per far ciò è necessaria una folta pletora di esperti nei campi più disparati che governano i mass media e di conseguenza formano l’opinione pubblica, facendoci credere che l’unico e migliore mondo possibile è quello in cui viviamo.
Di fronte ad una situazione di questo tipo non possiamo più essere in una posizione di attesa messianica, ma quotidianamente praticare la propria emancipazione e quelle degli altri camminando. Ed è questo camminare, cioè questo spostarsi nello spazio e nel tempo, che rivitalizza la società attraverso pratiche di contropotere, che rimettono al centro delle nostre analisi e pratiche quel sottostrato contraddittorio e conflittuale del processo materiale definito all’inizio come primo livello.
La via del contropotere è appunto la via del conflitto, e solo attraverso questa via può nascere qualcosa di comune in un gruppo o in una comunità, quindi grande responsabilità hanno tutti quegli operatori socio-culturali che non possono più esimersi da questo compito di rimettere in moto la società anziché narcotizzarla.

venerdì 1 maggio 2009

Le leggi contro natura delle città

Una delle questioni centrali che emerge durante il mio lavoro di intervento nel campo psico-sociale è quella che le persone hanno rimosso dalla loro testa il “conflitto” ed è qui tutta la crisi della democrazia contemporanea. Di fatto la crisi è data dalla crescente dissonanza tra le leggi naturali dell’uomo e le leggi delle città, cioè quelle leggi che si pongono al servizio esclusivo degli interessi economici dominanti. Ciò che io definisco come leggi naturali e che designano la realtà fondamentale del conflitto, non sono leggi positive, ne sono leggi conoscibili in quanto tali, ma sono leggi secondo le quali “non tutto è possibile” e quindi c’è un limite oltre il quale non si può andare e non si deve andare.
Le leggi naturali dell’uomo sono il fondamento che garantisce, in forme differenti, il dispiegarsi della vita di un popolo, di una civiltà. Nelle comunità che mi capita di lavorare, ma in generale nelle comunità dove viviamo, si dovrebbe verificarsi una consonanza tra le leggi delle città e quelle naturali dell’uomo. Ma ciò non avviene, perché? Perché le nostre cosiddette “democrazie” contemporanee sono tormentate dal dilemma di costruire a tavolino un processo storico privo del soggetto “uomo”, ma dichiarandosi a favore di questo ultimo. Ad esempio non c’è un quartiere delle città che sia pensato in funzione del fatto che devono “vivere” e non semplicemente abitarci degli esseri umani; ma si fa un gran parlare dell’uomo e dei suoi bisogni a condizione che sia un “uomo” che sia semplicemente un consumatore vorace di tutto e quindi ancora una volta funzionale alle èlite affaristiche.
In nome della ragione economica, i membri della democrazia moderna dichiarano di trovarsi alla sommità del percorso di civilizzazione negando l’esistenza di miliardi di esclusi e di veri e propri dannati della terra, esattamente come faceva l’Unione Sovietica della dittatura del proletariato, dove gli uomini e le donne in carne e ossa si trovavano di fatto privati di qualsiasi forma di diritto. La democrazie moderna pretende insomma di essere il solo sistema politico in accordo con la natura umana, nel momento stesso in cui sostituisce alla molteplicità conflittuale del tessuto sociale il giochino finto degli antagonismi che il meccanismo della rappresentazione politica avrà preliminarmente formattato in base agli schemi imposti dalla ragione economica. Questo vale per tutti quei paesi, compreso l’Italia, che si richiamano alla democrazia moderna come contenitore vuoto.
E sono più evidenti le contraddizioni, proprio in quelle grandi aree metropolitane dove le leggi delle città tanto meno sono in accordo con le leggi naturali dell’uomo tanto più vengono attraversate da crisi sociali e storiche. In alcune zone d’Italia, dove più forte è stata l’urbanizzazione dei territori e pertanto il dominio di alcuni ristretti gruppi è stato più feroce, si è distrutto totalmente un ordine sociale; l’unico ordine che avrebbe potuto garantire lo sviluppo della società intera e della vita degli uomini.
Impasse, stallo, incapacità di gestire: sono questi i termini che più rappresentano la situazione odierna.
Ma una società in crisi è anche un organismo in cerca di un nuovo equilibrio dinamico, infatti se osserviamo bene tra le pieghe, in quelle che vengono definite culture underground, sotterranee, metropolitane (anche Internet appartiene a queste forme culturali in crescita) vi è la ricerca di una nuova armonia tra l’uomo e la città.
Questi segnali, oggi deboli e marginali, osteggiati dalla cultura omologante, ma gli unici che creano relazione tra il dichiarato teorico e il praticato nei comportamenti, domani possono diventare sempre più forti e costituire un nuovo ordine sociale.