domenica 4 luglio 2010

La prima guerra "mondiale" africana

INTRODUZIONE
Questo saggio tratta l’argomento del rapporto tra giovani e guerra nella provincia del Nord-Kivu nel Congo e di come la marginalità e l’alienazione dei giovani siano le cause principali delle guerre africane.
Il saggio fa riferimento al libro “Generazione kalashniko” scritto dal dott. Luca Jourdan che ha condotto una ricerca antropologica proprio nel Nord-Kivu che è una delle undici province della Repubblica Democratica del Congo e confina con l’Uganda e il Ruanda. Il Nord-Kivu prende il nome dal lago Kivu.
Dal 1996 la Repubblica Democratica del Congo è sprofondata in una guerra atroce e di difficile soluzione i cui esiti sono ancora incerti. I morti in questa guerra supererebbero i cinque milioni.
Attraverso un approccio storico-antropologico il dott. Luca Jourdan si interroga sulle radici e sulle molteplici dimensioni del conflitto, focalizzando l’attenzione sulla sua estrema complessità.
La predazione e il traffico delle risorse naturali come l’oro, il colton, utilizzato nei Personal Computer portatili e nei telefoni cellulari, i diamanti e il legname alimentano un’economia di guerra con ramificazioni in tutto il mondo. A questo va sommato il collasso dello Stato insieme ad una profonda crisi economica e sociale che colpisce in particolare le nuove generazioni, sempre più depauperate e sempre più marginalizzate. Quindi una della ragioni di questa guerra è proprio la crisi giovanile.
L’autore del saggio si concentra in particolare sui “bambini soldato” e sui giovani combattenti che hanno militato nei numerosi eserciti e gruppi armati del Congo. Infatti il saggio fa riferimento al rapporto con un giovane militare, un ventiquattrenne di nome Eric.
Nel contesto del Congo, dove la scuola rappresenta un costo eccessivo per le famiglie e le opportunità di lavoro sono limitate, l’arruolamento dei giovani rappresenta una possibilità, forse l’unica, di mobilità sociale e un’alternativa ad una condizione di povertà e di marginalità.
La violenza diffusa in Congo non regola soltanto la sfera politica ed economica, ma si insinua nei rapporti sociali più intimi, al punto che i bambini trovano più protettive le milizie armate che le proprie famiglie.
Diventare soldati significa anche poter accedere alla modernità nei suoi aspetti materiali e simbolici, allo scopo di sottrarsi ad una condizione di esclusione e passività.
Robert Kaplan nel suo libro “The coming anarchy” sostiene che le guerre del post-guerra fredda non saranno più di ordine ideologico, ma saranno guerre culturali e storiche. Le nuove tensioni, come l’aumento della popolazione, l’urbanizzazione esasperata e l’esaurimento delle risorse stanno minando alla radice i fragili governi di tutto il mondo.
Il mondo, secondo Kaplan, sarà diviso lungo linee socioeconomiche. Le nazioni industrializzate, ricche e in salute, costituiranno un blocco. Le nazioni povere in via di sviluppo ne costituiranno un altro. La principale linea di divisione cadrà tra queste due. Che lo vogliano o meno, le agiate nazioni del Nord non riusciranno ad estraniarsi dai problemi del Sud.
Profughi, disastri ambientali, il contagio di epidemie, la criminalità e la corruzione, lo sfaldamento degli Stati porranno minacce anche alle nazioni più avanzate del mondo.

CONSIDERAZIONI GENERALI
Va tenuto presente che con il termine Congo si fa riferimento alla Repubblica Democratica del Congo, l’ex colonia belga che il maresciallo Mobuto aveva ribattezzato Zaire, nome in uso sino alla fine della dittatura nel 1997. Mentre con Congo-Brazzaville si intende la Repubblica del Congo, ex-colonia francese.
Ci sono importanti ragioni per includere la dimensione storica nella breve analisi che sto compiendo. La prima è quella della scarsa attenzione dei mass-media a questa guerra, definita la “Prima guerra mondiale africana”. La seconda ragione è la tendenza della stampa internazionale e quindi dell’opinione pubblica, ad interpretare le guerre africane con stereotipi come quelli delle “guerre tribali” o “guerre primitive”.
Quindi ancora una volta prevale nella stampa internazionale quello che viene definito l’etnocentrismo, cioè leggere le pratiche degli altri partendo esclusivamente dal nostro schema concettuale che abbiamo degli altri.
In questo caso, nel mondo occidentale ci sono state le “guerre mondiali”, in Africa ci sono solo guerre tribali. Ovviamente questo approccio è sbagliato perché parte dal nostro etnocentrismo e non invece come dovrebbe, dal relativismo concettuale che non prevede giudizi etici.
Ma anche la categoria della “guerra primitiva” mi fa venire in mente che ancora una volta prevale lo schema dell’evoluzionismo dove noi “moderni” facciamo “guerre moderne” con livelli di tecnologia molto elevati e gli africani, cioè gli “altri” fanno “guerre primitive” combattute al massimo con i kalashnikov o macete.
I conflitti africani sono stati considerati, in modo errato, come un processo di riprimitivizzazione della società, senza tenere presente la complessità che sta dietro questi conflitti.
Una complessità che intreccia la dimensione locale del conflitto con dinamiche più ampie a livello sia regionale che internazionale.
Questo ci permetterebbe di comprendere i forti interessi economici che stanno dietro sia ai leaders locali che alle multinazionali che finanziano i gruppi militari.
Ma ancora una volta, si presenta lo schema evoluzionista dove “noi” siamo “complessi” e “loro” sono “semplici”.

BREVE STORIA DEL CONFLITTO CONGOLESE
Il conflitto in Congo ha visto ben otto Stati africani coinvolti e intervenuti militarmente: Ruanda, Uganda, Burundi, Angola, Zimbabwe, Chad, Etiopa ed Eritre. Solo tra il 1998 e il 2002, nelle sole regioni del Nord-Kivu e del Sud-Kivu sono morte circa 3.300.000 persone. Sono stime che potrebbero essere approssimate, ma anche se volessimo considerarle eccessive e quindi dimezzarle otterremmo comunque una cifra di 1.650.000 morti. Uno dei conflitti mondiali degli ultimi decenni più mortiferi e catastrofici degli ultimi decenni dalla guerra in Vietnam.
Il conflitto in Congo va contestualizzato storicamente:
 1994 – Genocidio ruandese, da qui parte la crisi congolese.
 Inizio anni ’90 – Il RPF – Rwandam Patriotic Front, movimento armato costituito da profughi tutsi in Uganda, attacca dal Nord il Ruanda il cui presidente è Habyarimana sostenuto militarmente dalla Francia.
 Aprile 1994 l’aereo presidenziale ruandese viene abbattuto: Habyarimana morì nell’attentato.
 Questo fatto segnò l’inizio del genocidio in Ruanda.
 Il giorno dopo l’attentato le milizie filo hutu iniziarono a sterminare la popolazione tutsi e gli hutu moderati. In meno di quattro mesi furono trucidati a colpi di macete ottocentomila persone.
 In quei mesi l’RPF sfondò a Nord del Ruanda raggiungendo la capitale Kigli. 1.500.000 hutu abbandonarono il Ruanda e si diressero nel Congo per paura di subire ritorsioni dai guerriglieri tutsi. Centinaia di migliaia di profughi hutu tra cui le milizie responsabili del genocidio, passarono la frontiera, destabilizzando definitivamente il Congo.
 I profughi vennero accolti nei campi allestiti per loro nei dintorni di Goma e Bukavu, capoluoghi rispettivamente del Nord-Kivu e del Sud-Kivu.
 In quei campi le milizie responsabili dei genocidi commessi, le Interahamwe, si riorganizzarono assumendo il controllo degli aiuti umanitari.
 L’esercito congolese sotto la guida del dittatore Mobutu diede il suo appoggio alle milizie ruandesi rifornendole di armi.
 Le Interahamwe iniziarono ad attaccare nuovamente il Ruanda facendo delle incursioni dai campi profughi all’interno del paese. Inoltre iniziarono perseguitare la popolazione tutsi che da tempo si era insediata nelle regioni orietali del Congo.
 Paul Kayame, comandante dell’RPF, divenuto primo ministro del Ruanda fece richiesta alle Nazioni Unite di chiudere i campi profughi del kivu dal quale partivano gli attacchi verso il suo paese.
 Agosto 1996, di fronte al temporeggiamento dell’ONU, l’esercito nazionale ruandese formato essenzialmente da ex-guerriglieri dell’RPF, attaccò il campo profughi di Muyunga nei pressi di Goma. Circa 600.000 profughi furono obbligati a rientrare nel Ruanda, altri fuggirono verso Kisangani in direzione della foresta al centro del Congo.
 Paul Kagame in accordo con il Presidente ugandese Yoweri Museveni diede vita ad un movimento ribelle congolese l’Alliance des Forces Dèmocratiques pour la Libèration du Congo/Zaire (AFDL) con l’obiettivo di porre fine al governo dittatoriale di Mobutu. Il comando del movimento fu affidato, con il sostegno del Ruanda e dell’Uganda, a Laurent – Dèsirè Kabila, un vecchio guerrigliero che aveva combattuto al fianco di Che Guevara.
 L’esercito Mobutu non fu in grado di reagire e nel giro di un anno le truppe di Kabila giunsero nella capitale.
 Durante l’avanzata delle truppe AFDL furono trucidate migliaia di profughi hutu.
 Maggio 1997 Mobutu abbandona la capitale e si rifugia in Marocco. Poco dopo morì.
 Le truppe dell’AFDL occuparono la capitale sfilando tra la gente esultante alla vista dei “bambini soldato”, i Kadogo.
 17 Maggio 1997, Kabila con un discorso alla radio, si autoproclama presidente della Repubblica Democratica del Congo. Il sodalizio tra Kabila e i governi ruandese e ugandese ebbe vita breve.
 28 luglio 1998 Kabile espulse tutti i ruandesi presenti sul territorio congolese.
 Quattro giorni dopo scoppiò una ribellione nell’Est del Congo: un movimento armato emergeva, il Rassemblement Congolois puor la Démocratie (RCD) emergeva sulla scena politico-militare congolese, nuovamente sostenuto dal Ruanda e dall’Uganda, che erano stati alleati prima di Kabila.
 Novembre 1998 ancora un movimento ribelle: Mouvement de Libération du Congo prese piede sostenuto dall’esercito ugandese.
 L’RCD subì continue divisioni interne portando alla creazione di numerosi movimenti ribelli armati in lotta tra di loro.
 Nelle regioni rurali del Kivu prese piede la ribellione dei Mayi-Mayi fondamentalmente anti-ruandese, in particolare anti-tutsi.
 Aprile 2003 sotto l’egida ONU nasce un governo di transizione: presidenza a Kabila e quattro vicepresidenze affidate rispettivamente ai rappresentanti dei due movimenti ribelli principali, un esponente della società civile ed una ad un membro del governo Kinshasa.
 Nonostante l’accordo gli scontri tra le diverse fazioni in lotta non sono cessate.
 L’elezioni che si dovevano tenere nel 2005 sono state rinviate.
 Il conflitto sembra di aver perso di intensità e il Congo sembra avviarsi ad una riappacificazione.

RELAZIONI ANTROPOLOGICHE
Vorrei qui sottolineare alcuni aspetti che mi hanno particolarmente colpito da un punto di vista antropologico.
Prendiamo in esame i guerriglieri Maya-Maya che significa Acqua-acqua, praticano un rituale che consiste nel cospargere i combattenti con acqua speciale, preparata secondo procedure segrete, allo scopo di renderle immuni dai proiettili dei nemici.
Il rito come tutti i riti crea coesione, così come il rito dell’immersione nell’acqua di Lourdes nella religione cristiana-cattolica. Anche in questo caso, dopo la pratica della benedizione e quindi del successivo bagno in acqua, si ha una forte coesione tra i fedeli.
Tutti e due i rituali sono dei dispositivi di potere che vengono soggettivati nell’individuo. Più la finzione è forte più il legame tra i partecipanti al rito è profondo.
Ma il rito dei Mayi-mayi può essere interpretato anche come un rito di passaggio da una condizione di “civile” ad una di “combattente” invincibile.
Anche altri riti di passaggio che vengono praticati in Africa come quello della circoncisione si passa da una condizione di “bambino” ad una condizione di “adulto”. Ad esempio quello del noutu dove i partecipanti che sono circoncisi vivono una trasformazione del loro corpo. Il noutu è un rito di passaggio contenente la circoncisione che trasporta il ragazzo da uno status ad un altro, ma soprattutto lo trasforma.
La trasformazione dopo il rito riguarda soprattutto l’ambiente sociale circostante, come se il taglio oltre al prepuzio del pene avviene sull’ambiente sociale.
Si incide sul corpo del bambino per modellare l’ambiente sociale circostante e l’effetto è la trasformazione dei bambini stessi in quanto, così come sosteneva Suzette Heald nel 1982 osservando il rituale di iniziazione dei Gisu in Uganda, “l’uomo si “fa”, si costruisce nel momento in cui rimodella i propri ambienti”.

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